Favelas

Giocavamo per le strade, come fanno tutti i bambini. Felici di poter avere una famiglia, degli amici, e un lavoro da compiere. Ogni mattina mi alzavo, mettevo la mascherina e uscivo di casa. La mia era una casa che ospitava tutti i bambini del quartiere, mi trovavo bene, ero da sempre cresciuto in questo luogo. L’unico vero problema era la mancanza di cibo, a volte sentivo i morsi della fame. Per fortuna c’era la mascherina a sostenermi. La mia famiglia aveva comprato quella mascherina apposta per me, ma non ero l’unico a indossarla: nel mio quartiere la portavano tutti. Avevo scoperto che grazie a quella maschera inalavamo colla, i genitori non ci parlarono mai su come funzionasse. La mia famiglia era molto  grande ed era divisa in gerarchie. Non usavamo nomi come mamma, papà, fratello; chiamavamo i nostri cari  con appellativi come “Capo, Signore”, anche quando ci rivolgevamo al genitore per eccellenza (colui che organizzava tutto e governava l’intera famiglia) dovevamo appellarlo con “Capo Supremo”. Ero venuto a sapere che la mia famiglia veniva chiamata Mafia, non che m’importasse. A volte quando il cibo o la colla non bastavano andavamo in case vicine a rubare, mi piaceva, ed ero anche molto bravo. Ogni giorno mi dirigevo dal Capo che mi commissionava un lavoretto (come lo chiamava lui), per la maggior parte delle volte consisteva nel vendere stupefacenti. Non avevo problemi a farlo, mi avevano insegnato da piccolo a lavorare per la famiglia, ed era giusto così. Le mie amiche invece di solito andavano a lavorare per i vecchietti, a prostituirsi. Ogni volta che facevamo bene il nostro lavoro la famiglia ci regalava un pacchetto di colla in più, ne andavamo fieri.

A volte sentivo dire che i posti come quelli dove vivevo erano “quartieri malfamati”, da cui la gente si teneva dalla larga.  Non badavo troppo a queste voci, avevo altro a cui pensare. Facevo a botte con gli amici, rubavamo insieme, tiravamo sassi alle finestre, potevamo fare di tutto, purché non ci allontanassimo dal quartiere, o perlomeno dalla Favelas. Il Capo ci diceva che era pericoloso andare oltre e che avremmo rischiato la vita. Pertanto non disobbedivo, non amavo essere picchiato. A volte, quando un mio amico sbagliava lo punivano, spegnendogli addosso sigarette, e lui non poteva piangere. Erano le regole della Famiglia e bisognava rispettarle. Capitava ogni tanto che arrivava un turista, non dovevamo parlargli; se si fosse interessato troppo ala nostra condizione avremmo dovuto chiamare il Capo. Non avevamo nulla da temere dicevano, di nulla ad eccezione di un gruppo… si faceva chiamare lo Squadrone della Morte. Quel nome non si pronunciava mai, se lo si faceva solo a bassa voce. Ci faceva paura, tremavamo come foglie nel sentirlo… facevamo bene. Fu proprio lo Squadrone della Morte che mise fine al mio mondo, al mondo in cui ero nato e cresciuto, la mia famiglia.

Tutto finì la notte del 24 settembre. Una notte tranquilla, come le altre, almeno fino alle tre di notte; poi il purgatorio divenne inferno, la tranquillità  terrore, si risvegliarono le anime dei morti, le urla dei bambini, le grida degli amici, e dopo gli spari dello Squadrone. Piansi per la prima volta, lacrime gelide, lacrime senza pietà, passai la notte a piangere. Al risveglio, dopo le prime luci, vidi tutto, compresi tutto, tutto era finito, tutto era successo… erano stati uccisi tutti, erano morti tutti…. TUTTI TRANNE me.

th (6)

 Federico Morbidelli/ Tutti i diritti sono riservati (C)

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